MUSEO DELLA REGIA CRISTALLERIA

E DELLE CERAMICHE: La storia

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L'INAUGURAZIONE DEL PRIMO MUSEO NEL 2005

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L'INAUGURAZIONE DEL COMPLESSO MUSEALE NEL 2009

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Stampa del primo Ottocento: ingresso del paese con a destra la vetreria

Il magazzino di Torino

Cartolina: la fabbrica di ceramica sulle sponde del Pesio nel cuore del paese

Gruppo di ceramisti in posa davanti alla fabbrica

 

LA REGIA FABBRICA DI VETRI E CRISTALLI A TORINO

(tratto da M. L. Moncassoli Tibone e L. Palmucci Quaglino)

 

Nel 1694 per realizzare lavori vetrari "di tutta perfezione" il governo trasferì a Torino una fornace sita a Palazzolo (VC). Condotta da Antonio Pisani, l’impresa trovò spazio nell’area del bastione di Sant'Antonio Abate, nei pressi della Confraternita della SS. Annunziata, tra l'attuale Museo Accorsi di Via Po, il Liceo Gioberti ed il Palazzo Nuovo dell'Università, in una costruzione neoclassica attribuita agli architetti Bonsignore e Ceroni.

A causa delle vicende belliche la manifattura fu chiusa nel 1704 e per parecchi anni si ritenne dannoso per la città riattivare del tutto una fabbrica che consumava tanto legname. Solo nel 1718, a conclusione delle guerre, si concesse al Pisani di riprendere l'attività e ai fratelli Crosa di impiantare una manifattura con bottega, magazzino e fornaci appena fuori città, oltre Po. Sia l'attività del Pisani in Borgo Po che quella del Crosa furono tuttavia costrette a ridursi per mancanza di spazio e di approvvigionamento della legna, difficoltà che determinavano una produzione scadente. Nel 1759 si decise pertanto di trasferire l'impianto produttivo in valle Pesio. Nel vecchio insediamento sì mantenne un grande magazzino di vendita, con nelle cantine una piccola fornace e vasca di colata per manufatti particolari, nonché l'adiacente palazzina, con belle volte affrescate, adibita all'abitazione torinese di Giuseppe Avena che, dopo l'acquisizione nel 1801 del complesso di proprietà statale da parte della società Saroldi e C., ne era rimasto unico proprietario nel 1825.

 

Il grande magazzino venne dotato, intorno al 1810, di uno splendido salone di esposizione in stile neoclassico ispirato all'omologo di Baccarat, con scaffalature lignee incassate a ripiani orizzontali scandite da colonnine marmorizzate con capitelli corinzio-egizi, e con nicchie funzionali ad esaltare pezzi unici. Intorno al 1830, contemporaneamente alla costruzione di piazza Vittorio, l'architetto Benedetto Brunati realizzò un rimaneggiamento dell'intero complesso.

Con la chiusura della fabbrica della Chiusa nel 1854, la vendita dei prodotti in vetro e cristallo continuò nella sede torinese con vari gestori, sino all'acquisto dei locali da parte dell'Università di Torino che ha provveduto ad una completa ristrutturazione e ad un sapiente restauro. Oggi vi ha sede la Biblioteca del Dipartimento di Scienze del Linguaggio e Letterature moderne e comparate.

 

LA VETRERIA ALLA CHIUSA

(testo di Cristina Barale)

Nel 1759, per volontà del Re di Sardegna Carlo Emanuele III, la Vetreria fu trasferita a Chiusa Pesio, con capitale stanziato dalle Regie Finanze.

La progettazione del complesso venne affidata all’architetto Benedetto Ferroggio che realizzò, in regione Paschero, un immenso e complesso corpo quadrilatero.

 

La vetreria in un'incisione del 700

L’ubicazione della vetreria non fu stata casuale: rapidità nelle comunicazioni con la città di Cuneo e quindi con le grandi vie di transito; facilità nella flottazione del legname dai boschi dell’Alta Valle; sicurezza, posta com’era nella parte alta del paese, nel caso delle piuttosto frequenti inondazioni.

La produzione di vetri e cristalli potè usufruire dell’impiego di manodopera altamente specializzata proveniente dalle più rinomate vetrerie italiane (Altare, Venezia) e straniere.

 

Nel 1799 la produzione fu interrotta a causa dell’occupazione da parte delle truppe austriache. Superata la crisi, la vetreria riprese a pieno ritmo un’attività produttiva di alto livello. I suoi prodotti furono insigniti di una medaglia d’argento nell’Esposizione di Parigi del 1806.

Nel 1810 la vetreria passò alla proprietà privata dei Saroldi-Avena e poi del solo Avena e nel 1854 terminò l’attività produttiva.

Rimangono oggi manufatti in vetro e cristallo di estrema raffinatezza, quali ampolle da speziale, caraffine da tavolo e da fiori, lucerne, bottiglie e bicchieri.

 

 

 

 

LA FABBRICA DI CERAMICA

(testo di Cristina Barale)

La storia della Ceramica chiusana nasce invece nel primo Ottocento quando l’architetto cuneese Michele Giordana nel 1833 trasformò un edificio già adibito a soppressa per olio di noci, in fabbrica di maiolica bianca.

Già comunque a fine ‘700 a Chiusa molti abitanti si dedicavano alla lavorazione di stoviglie molto resistenti al fuoco, tanto da essere vendute in Provenza e in Francia.

Nel 1836 la fabbrica fu venduta a Giuseppe Barberis, che nel 1866 la cedette ai fratelli Gabutti.

I metodi per la decorazione dei manufatti erano molteplici: a mano, con tamponi di spugna, a stampa, a mascherina. Della produzione chiusana si distinguono particolarmente manufatti decorati a mano, animali modellati ad uso calamai, salini, formaggiere, o semplicemente decorativi.

Nel 1927 fu ceduta alla “S.A. Ceramica Piemontese”.

I nuovi proprietari apportarono modifiche agli impianti e alla composizione del prodotto migliorandone le caratteristiche, passando dalla terraglia tenera a quella semiforte.

I prodotti di alta fattura furono commercializzati nella penisola e all’estero (paesi del Levante, Argentina, America del nord).

Allo scoppio della seconda guerra mondiale la Ceramica Piemontese si trovò in difficoltà per il reperimento delle materie prime, per la carenza di combustibile.

Nel dopoguerra si verificò un nuovo incremento della produzione per uso domestico: servizi da tavola completi, servizi da toeletta,…

Nel 1984 la fabbrica ha chiuso definitivamente i battenti, ponendo fine a una secolare tradizione di valori artigianali ed artistici.

 

 

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